Una riflessione ampia e articolata sul rapporto tra musica, identità nazionale e irredentismo tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento ha animato l’incontro promosso dalla “Società Internazionale di divulgazione Manlio Cecovini per gli studi storici sociali ed etici”, ospitato all’Antico Caffè San Marco di Trieste. Protagonista della conferenza è stato Massimo Favento, musicologo, musicista e docente bibliotecario presso il Conservatorio “F.A. Bonporti” di Trento, introdotto dal direttore scientifico dell’Associazione Luca G. Manenti.
Al centro dell’incontro, dal titolo “Trento e Trieste all’inizio del ’900. Far musica in nome della Nazione: Il caso di Filippo Manara e Vincenzo Gianferrari, ‘regnicoli’ di scuola bolognese”, il ruolo svolto dalla cultura musicale nella costruzione del sentimento filoitaliano nelle terre appartenenti all’Impero austro-ungarico. Favento ha ricostruito le vicende di due uomini oggi non conosciuti come meriterebbero: Filippo Manara e Vincenzo Gianferrari, entrambi formatisi nella scuola musicale bolognese della seconda metà dell’Ottocento e accomunati da un forte legame con l’irredentismo.
Nel corso della conferenza, Favento ha evidenziato come Bologna rappresentasse non soltanto uno dei principali centri musicali italiani dell’epoca, ma anche uno dei luoghi in cui maturò un ambiente sensibile alle istanze nazionali e all’idea di un'“Italia incompiuta” dopo il 1870. Molti giovani musicisti italiani videro nelle regioni dell’Impero asburgico – Trieste, la Dalmazia, il Trentino – degli spazi di opportunità professionale dove coltivare e rafforzare una presenza culturale italiana attraverso l’insegnamento, l’attività concertistica e la creazione di istituzioni musicali.
Emblematica, in questo senso, la carriera di Filippo Manara, che dopo le esperienze in Dalmazia e in Istria arrivò a Trieste, fondandovi nel 1903 il Conservatorio Tartini. Favento ha spiegato come la nascita dell’istituto fosse legata al clima politico della città di inizio Novecento, attraversata da una forte crescita demografica e da profondi mutamenti sociali. Il Conservatorio fu sia un centro di formazione che uno strumento di consolidamento dell'identità italiana. La stessa scelta del nome “Tartini” rispose a una precisa operazione simbolica: richiamare una figura considerata espressione della grande tradizione musicale italiana ed europea.
Favento ha ricostruito il difficile iter che portò all’apertura del Conservatorio Tartini, ostacolato dalle autorità austro-ungariche proprio per la cittadinanza italiana del fondatore e di parte del corpo docente. La scuola riuscì ad aprire grazie anche al sostegno di personaggi del circuito irredentista, tra cui gli avvocati Felice Venezian e Felice Bennati.
Accanto alla vicenda triestina, la conferenza ha approfondito il caso di Vincenzo Gianferrari e della realtà trentina: meno cosmopolita, segnata dal timore della germanizzazione e dalla volontà della borghesia italiana locale – in ciò del tutto simile a quella del porto adriatico – di preservare e ribadire la propria identità culturale. Gianferrari svolse un ruolo centrale nella rifondazione della scuola musicale trentina e nella nascita del Conservatorio di Trento nel 1905.
Significativa, secondo Favento, fu la scelta di Gianferrari di coniugare cultura musicale italiana e grande tradizione sinfonica tedesca, introducendo nel contesto trentino esperienze innovative e una produzione artistica fortemente influenzata dalla poesia e dalla cultura civile italiana. Le sue composizioni ispirate a Carducci, Pascoli e ai temi del Risorgimento furono interpretate come parte di un più ampio progetto culturale di emancipazione nazionale.
Uno dei passaggi più stimolanti dell’incontro ha riguardato proprio la natura dell’irredentismo. Favento ha invitato il pubblico a riflettere sulla difficoltà di interpretare quel movimento attraverso le categorie politiche contemporanee, sottolineando come l’irredentismo delle origini avesse caratteristiche rivoluzionarie, progressiste e fortemente legate al mazzinianesimo. Una lettura ripresa e approfondita dagli interventi del pubblico durante il dibattito finale, che hanno evidenziato il carattere laico, popolare e culturalmente aperto di quella stagione politica e intellettuale, distinta dal successivo nazionalismo del Novecento.
Il confronto si è poi allargato al ruolo delle reti culturali tra Bologna, Trento e Trieste, al rapporto tra istruzione musicale e società, e alla funzione della musica come strumento di acculturazione e di partecipazione collettiva. Trieste rappresentava un vero e proprio faro culturale per tutto il litorale adriatico, capace di attrarre studenti, musicisti e intellettuali da molte aree dell’Impero.
L’incontro si è così trasformato in una riflessione più ampia sul rapporto tra politica e identità nazionale nella Mitteleuropa agli albori del XX secolo, mostrando come la storia musicale di Trento e Trieste si sia intrecciata ai grandi movimenti culturali e civili del tempo.
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