Martedì 17 febbraio, all’Antico Caffè San Marco di Trieste, si è svolto un nuovo appuntamento della rassegna di conferenze promossa dalla Società Internazionale di divulgazione Manlio Cecovini per gli studi storici, sociali ed etici. L’incontro, introdotto dal direttore scientifico Luca G. Manenti, ha visto come relatore Riccardo Cepach, studioso triestino che ha ripercorso la biografia e l’opera scrittoria di Richard Francis Burton, console britannico a Trieste dal 1872 al 1890, esploratore, orientalista e autore di una produzione saggistica vastissima.
Aprendo la serata, Manenti ha presentato il relatore, ricordandone l’impegno pluriennale nello studio di Burton, culminato nella realizzazione del documentario
Il leone e la leonessa (2010), dedicato alla vita sua e della moglie Isabel. Cepach ha impostato la conferenza come una ricognizione della “bibliografia sterminata” di Burton, scegliendo di seguirne la turbolenta esistenza seguendo il filo delle sue opere.
L’intervento ha ricollocato l'inglese nel suo contesto geografico e temporale, sottraendolo a letture superficiali o esclusivamente romanzesche. Nato nel Devon nel 1821, cresciuto tra Francia e Italia in una famiglia irrequieta e cosmopolita, Burton sviluppò fin da giovane un talento straordinario per le lingue – gli viene attribuita la conoscenza di quaranta tra idiomi e dialetti – e un interesse precoce per le culture esotiche. Dopo l’espulsione da Oxford, si arruolò nella Compagnia delle Indie e iniziò a spostarsi da un luogo all'altro, formandosi sul campo come uomo e come studioso di usi e costumi altrui.
Cepach ha insistito su un punto centrale: Burton fu un uomo dell’impero, ma non un funzionario acritico. Potrebbe essere definito un “imperialista intelligente”, convinto della bontà della missione britannica eppure severo nel giudicare l’ignoranza linguistica e culturale dei suoi superiori verso le genti dominate. La conoscenza diretta delle popolazioni amministrate, sosteneva, era condizione imprescindibile per ogni azione politica efficace. Già in questa fase emersero l’antropologo e il poligrafo che ci ha lasciato decine di volumi su geografia, religioni, tecniche di scherma, caccia col falcone.
Ampio spazio è stato dedicato al celebre pellegrinaggio alla Mecca e a Medina, compiuto sotto il nome di Mirza Abdullah. Del viaggio fece un resoconto di grande successo editoriale, ove per la prima volta descriveva con precisione i luoghi sacri dell’Islam. Cepach ha sottolineato come l’interesse di Burton per il mondo islamico non fosse soltanto avventuroso: negli anni maturò una profonda attenzione per il sufismo e per le dimensioni spirituali dell’Oriente, riemerse nelle ultime prove poetiche.
Un capitolo centrale è stato quello delle spedizioni africane. Burton guidò la missione che portò alla scoperta del lago Tanganica; il compagno John Hanning Speke individuò il lago Vittoria, rivendicando l’identificazione delle sorgenti del Nilo. La rivalità tra i due esploratori sfociò in una polemica pubblica mai risolta, interrotta dalla morte improvvisa di Speke. Anche qui, ha osservato Cepach, si manifestò il carattere di Burton: polemico, orgoglioso, incapace di mediazioni, ma animato da un’autentica passione scientifica.
La conferenza ha poi seguito Burton nei suoi incarichi consolari – da Fernando Poo al Brasile, da Damasco fino a Trieste – mettendo in luce la continuità della sua attività di scrittura. Egli studiò le comunità mormoni a Salt Lake City, descrisse popolazioni dell’Amazzonia e dell’Africa centrale, affrontò temi delicati come l’infibulazione e l’omosessualità, interpretata non come patologia ma come variante del comportamento umano, in una prospettiva sorprendentemente avanzata per l’epoca.
Nel periodo triestino Burton intensificò l'attività di ricerca. Si occupò dei castellieri istriani, intuendone l’origine preistorica, studiò le terme di Monfalcone e la civiltà etrusca, collaborando con Carlo Marchesetti. Parallelamente portò a compimento celebri traduzioni: l’edizione integrale delle
Mille e una notte e del
Kamasutra, pubblicate con sigle editoriali fittizie per eludere la censura vittoriana.
Non meno significativa è apparsa la figura di Isabel Burton, compagna fedele e determinata. Dopo la morte del marito a Trieste nel 1890, ella ne curò il rimpatrio a Londra, fece costruire la singolare tomba a forma di tenda berbera e, in un gesto tanto clamoroso quanto controverso, distrusse oltre quarant’anni di diari e la traduzione del
Giardino Profumato. Pubblicò poi una monumentale biografia del marito, contribuendo in modo decisivo alla costruzione della sua memoria pubblica.
Nel dialogo conclusivo con il pubblico sono emersi ulteriori spunti: le origini familiari, i rapporti con ambienti teosofici triestini, le ipotesi di appartenenza massonica, le possibili suggestioni letterarie che avrebbero ispirato autori come Kipling o Stoker. Questioni che confermano quanto la figura di Burton resti complessa e sfuggente.
La serata ha restituito l’immagine di un intellettuale esuberante, attraversato da profonde contraddizioni, animato da una inesauribile “furia di vivere”, per citare una celebre biografia a lui dedicata. Attraverso la sua opera – scientifica, narrativa, traduttiva – Burton cercò di comprendere il mondo nelle sue molteplici espressioni, facendo della pagina uno strumento di conoscenza e una forma di confronto con i limiti e le inquietudini del suo tempo.
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